We Folk! Drodesera 2012: il report

di Claudia Pajewski per DROME magazine, agosto 2012

In Natura è così. Ogni specie ha la sua altitudine, latitudine e longitudine necessaria. Lo scorrere dell’acqua tra le rocce del fiume Sarca è la dogana tra il resto del mondo e il quadrato magico della Centrale idroelettrica di Fies. Nascosta nelle gole montuose del Trentino, tra coltivazioni di uva e meleti, seduce al primo sguardo per la sua sintesi di elementi naturali. Nelle armonie generali dellʼevento, questi non sono affatto dettagli trascurabili.Non che l’attraversare luoghi del genere possa salvarci dalle piccole miserie umane, sia chiaro che se ne incontrano anche qui. Certo è che la psicogeografia della Fies Factory, nel suo perfetto equilibrio tra natura selvaggia e intervento rurale, influenza tanto la produzione artistica quanto la sua fruizione da parte del pubblico: una tribù temporanea di autoctoni, addetti ai lavori e individualità sensibili, attratta ogni anno da una profonda urgenza di bellezza.

A Drodesera lo spazio sacro del teatro si proietta al suo esterno, rendendo complementari il dentro e il fuori, la scena e il fuori-scena, plasmando e rinnovando il senso stesso delle rappresentazioni. Da questa prospettiva i lavori dei Cosmesi (Ghezzz), Collettivo Cinetico (XD Scritture retiniche sull’oscenità dei denti), mk (Grand Tour) e Motus (3 atti pubblici: When) appaiono come molteplici riflessioni sul confine dello spazio scenico.

Il contesto amplifica in modo esponenziale anche il tema di questa trentaduesima edizione, We Folk, letteralmente popolare, tradizionale o, più genericamente, gente. Se è vero che ogni luogo/contenitore racchiude il significato di ciò che contiene, è in atto qui ed ora un grande rito magico che risuona come un’eco oltre le montagne. Scorre nelle sue rappresentazioni virtuali dal nord al sud di questo polveroso Paese. Trova le parole per definirsi in più di una lingua universale, superando i suoi stessi limiti geografici alla ricerca di complicità solo fisicamente lontane.

In quanto innovatrice, da sempre la tribù della ricerca è stata ritenuta margine rispetto al popolare, come se il tempo non possa trasformare il gusto, e la tecnologia non possa modificare radicalmente la cultura di massa. Oggi questa tribù sceglie di mostrare i denti e le radici proclamandosi folk, una volta e per sempre, scoprendo di essere continuazione e protezione non solo di se stessa, ma della tradizione più arcaica e collettiva.

In un gioco di scatole cinesi, l’autoaffermazione è anche reazione a quel contesto altro e più grande che le nega le cure necessarie alla sua sopravvivenza. NellʼItalia dei teatri istituzionali, pantomima della vita più che vita stessa, questo luogo mette quindi in atto, ogni anno e per tutto l’anno, il miracolo della resistenza culturale.

Sono stati più di duecento gli artisti presenti in questa edizione, con più di trenta spettacoli, in parte frutto di una residenza o di una produzione della stessa Factory. Non è però nei numeri il punto di forza del festival, diventato snodo fondamentale della migliore ricerca nazionale ed estera. La resistenza culturale non è mai soltanto sterile salvaguardia di un linguaggio. È piuttosto consapevolezza che una società incapace di riconoscere se stessa nelle minoranze, è una società destinata alla peggiore proiezione di sé.

“An anomaly is the body of performer that releases the energy he has accumulated” *.

Questa tribù trasversale, creativa, e quindi politica, ha bisogno oggi più che mai di luoghi dove germogliare per riprendersi tutto, perché tutto, da sempre, le appartiene già. We Folk, in fin dei conti, non è altro che una grande e coraggiosa chiamata.

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