Santorini Biennale: we were there

di Claudia Pajewski per DROME magazine, gennaio 2013

Lo scorso dicembre lʼIndependent ha pubblicato un articolo sulla Biennale dʼArte Contemporanea di Santorini chiamando in causa il direttore dellʼevento, tale Kikos Papadopoulos, come principale responsabile di una serie di gravi mancanze gestionali. Secondo alcune dichiarazioni di curatori e artisti riportate dal quotidiano britannico, molte opere non sarebbero state restituite, alcune sarebbero state danneggiate da agenti atmosferici e i curatori non sarebbero stati pagati. A poche ore dalla pubblicazione lʼarticolo ha scatenato decine di commenti, botta e risposta tra artisti coinvolti e difensori di Papadopoulos, e qualche centinaio di condivisioni sui social network. Senza entrare (troppo) nel merito delle responsabilità, questo è il report realizzato per DROME lo scorso ottobre sullʼisola di Santorini. Ancora oggi sono molte le opere in attesa di restituzione.

Santorini, ottobre 2012

Arrivo alla Biennale di Arte Contemporanea a smontaggio inoltrato, dopo la battaglia, cercando il senso di un evento passato in sordina nel panorama artistico europeo. Santorini è unʼisola parecchio strana da attraversare fuori stagione. Passando oltre Oia (la cartolina più famosa e costosa delle Cicladi), e la commercialissima Fira, restano villaggi semideserti e botteghe di chincaglierie che nessuno comprerà. Scesa dallʼaereo abbasso il volume della suoneria. Sarà per lʼenergia del vulcano, ma tutto quello che viene da fuori, compresa me, sembra fare più rumore del previsto.

Da ottobre a maggio non esistono voli diretti e gli scali ad Atene hanno tempi biblici per i viaggiatori low cost. Arrivo nel villaggio di Pyrgos dopo otto ore di viaggio, felice di trovarmi in un posto dimenticato da dio almeno per la stagione autunno-inverno 2012. Qui incontro gli unici curatori rimasti. Paola Gentili, italiana responsabile della sezione paper art, e Tomas Poblete, cileno-londinese della sezione collage. La particolarità della Biennale, a causa della crisi, pare sia stata lʼautoproduzione. I trecento artisti selezionati hanno inviato a loro spese le opere da ogni parte del globo. Paola e Tomas parlano, io sono rapita dalla loro abbronzatura. Sono qui da cinque mesi e hanno assorbito lʼisola. Mi ricordano Mister Robinson e la piccola Flo. Mister Robinson ha un certo non so che di Barbablù e unʼinvidiabile collezione di russian criminal tattoos, la piccola Flo ha occhi grandi che cambiano come le nuvole.

In un piccolo ufficio sulla piazza del villaggio Dimitra, head coordinator della Biennale, è intenta a scrivere indirizzi sulle opere imballate. La comunicazione è cordialmente fredda, scatto un paio di foto e ci dirigiamo senza di lei verso le location del festival. Il primo spazio espositivo è un piccolo edificio a livello strada nel cuore di Pyrgos. Presenta opere in carta, collage e scultura, molte delle quali accomunate da elementi geografici come antiche mappe ed estratti di enciclopedie. Nellʼarco delle due giornate visitiamo cinque location, tutte ricavate in spazi non convenzionali: unʼantica enoteca, una stalla dismessa, una cantina, una casa privata. Questi sguardi molteplici raccolti in unʼunica cornice di elementi arcaici creano un insieme molto suggestivo, così come la scelta di sfruttare oggetti presenti negli ambienti come torchi, botti e lavabi. La selezione inoltre è ben distribuita negli spazi. Il tema della Biennale è stato “Passato: Memoria e Nostalgia”. Viktor Misiano ha scritto in proposito qualche anno fa: “Oggi la nostalgia è una forma di riflessione sul presente, una maniera per prendere posizione a riguardo. È una nostalgia non solo per il  passato che è stato, ma per quello che avrebbe potuto essere. In altre parole è una nostalgia per il futuro”. I curatori e gli artisti hanno quindi indagato il nucleo originario per poi approfondirlo nelle sue molteplici declinazioni.

Questo luogo ha il dono di sospendere i pensieri. Al tramonto del secondo giorno mi sembra di essere arrivata da più di un mese. Resta solo il tempo per le ultime domande.

DROME: Siete partiti in quattordici. Sullʼisola siete arrivati in cinque e alla fine siete rimasti voi due. Sembrerebbe un reality invece è un evento culturale. Cosʼè successo agli altri curatori?
Tomas Poblete: Tutto è iniziato con una open call internazionale, un buon contratto e tanto entusiasmo. Ciascuna delle dodici sezioni doveva essere seguita da un curatore. Il problema è stato la mancanza di esperienza di chi ha prodotto lʼevento. Molti si sono rifiutati di continuare a lavorare alle condizioni date. Le sezioni però sono rimaste, così come gli artisti contattati. Per quanto mi riguarda metà del lavoro era stato fatto e non me la sono sentita di lasciare il gioco a metà. Alla fine abbiamo lavorato con mezzi di emergenza e senza attrezzatura. Il risultato è stato comunque da record: una Biennale quasi a costo zero con trecento artisti e circa settecento opere.

D: Come avete gestito la questione dellʼautoproduzione?
Paola Gentili: La Biennale ha avuto dallʼinizio una natura ibrida. Il dato di fatto è che tanto gli artisti quanto noi curatori abbiamo fatto da soli, a partire dalla ricerca fondi per finire con la promozione. Guardando indietro questi ultimi cinque mesi posso effettivamente dire che sì, è stato un progetto DIY a tutti gli effetti, ma senza averlo scelto. Il che ha reso le cose piuttosto complicate.

D: Da chi era composta la giuria e chi è stato il vincitore?
PG: Hanno fatto parte della giuria gli artisti locali Christoforos Asimis e George Lizardos. Il primo premio della Biennale è andato allʼarchitetto francese Stephan Malka con lʼopera Empties(ky), unʼinstallazione realizzata con il polistirolo degli imballaggi di tutte le opere arrivate sullʼisola. Questa Biennale è stato un lavoro corale dal basso, e lʼopera di Malka è quella che meglio ha rappresentato questo concetto perché si collega virtualmente ai lavori di tutti. Per quanto riguarda la giuria, inizialmente doveva essere composta da nomi internazionali tra cui il regista Steven Moon, il curatore David Thorp, Johana Neurath, design director di Thames & Hudson. Avevamo investito i nostri migliori contatti professionali ma siamo stati costretti a ritirare gli inviti poco prima dellʼinizio del festival: lʼorganizzazione non si era interessata nemmeno di prenotare i voli.

D: Venite entrambi da esperienze di vita in grandi capitali europee. Cosa significa vivere per cinque mesi a Santorini?
PG: È stata unʼesperienza unica. Non soltanto il posto, anche le persone qui sono speciali. Mi hanno fatto sentire parte di una grande famiglia aiutandomi a mantenere il sorriso in ogni istante, anche nei peggiori. Per questo le ringrazierò sempre.
TP: Amo Londra per tutto quello che rappresenta, ma questi mesi di profonda condivisione mi hanno trasformato. Tornati a casa ci metteremo subito a lavoro per cercare finanziamenti per un catalogo. Sarà un omaggio agli artisti e a tutta la gente del posto che ha supportato questo incredibile progetto.

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