Il Teatro feroce di Ricci/Forte

di Claudia Pajewski per Repubblica XL (web) – Ottobre 2011

I festival li vietano ai minori di diciotto anni. Svenimenti e malori tra il pubblico sono all’ordine del giorno. È un mondo di adolescenze senza più sogni né speranze quello di Stefano Ricci e Gianni Forte, la coppia più discussa e richiesta del teatro di ricerca italiano. Un tempo autori di fiction televisive mainstream, oggi la loro compagnia riempie le platee di giovani e giovanissimi mettendo in scena violenze fisiche e psicologiche, consumismi compulsivi, solitudini corali e sessualità disperate. Tra i prossimi appuntamenti saranno in scena il 15 ottobre alla Biennale di Venezia con Grimmless,  dal 27 ottobre al 3 novembre al Romaeuropa Festival con  Wunderkammer Soap. In cantiere anche un film per il 2012.

Parliamo del principio. Com’è iniziata la vostra collaborazione?
R: «È iniziato tutto a Palermo parecchi anni fa, per una coincidenza. Lavoravamo per due diverse produzioni. Ci siamo incontrati a teatro dopo uno spettacolo, Gianni è venuto a vedermi perché avevo avuto la parte al posto suo, e ha dimenticato per sbaglio lo zaino nel mio camerino. Non sapendo di chi fosse l’ho aperto. Dentro c’era un quaderno con delle cose molto interessanti. Ho continuato a scrivere sulle pagine e poi ho spedito tutto al suo albergo. Da quel momento abbiamo iniziato a lavorare insieme. All’inizio scrivendo per la televisione, negli anni novanta. Il teatro di Ricci/Forte è nato nel 2006, con Troia’s Discount, il nostro primo spettacolo».

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Adolescenza e ferocia sono sempre presenti nei vostri lavori.
R/F: «L’adolescenza è la fase più performativa della vita. È il momento in cui senti di avere il mondo in tasca. Non hai limiti né perimetri, si tratta solo di scegliere. È anche il momento più angosciante, perché ogni scelta ne preclude un’altra. Crescendo, le incombenze del quotidiano portano a dimenticare il motore che si ha a disposizione. Non è però uno stato anagrafico: è uno stato interiore, una batteria. Cerchiamo di grattare via le scorie che si accumulano giorno dopo giorno. La ferocia invece la registriamo fuori, è vista e radiografata, subita. La violenza fisica che mettiamo in scena è un rendere visibile qualcosa che abbiamo tutti sotto il naso, ogni giorno, e che non riusciamo più a vedere».
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A differenza del teatro tradizionale anche la sala è illuminata: una parità tra pubblico e performer che amplifica però il senso di solitudine. E gli attori mettono in scena sempre monologhi.
R/F: «Il performer si rispecchia nel pubblico e viceversa, non finge di essere qualcun altro. La luce serve anche a questo. È solo un incidente di percorso a stabilire chi c’è in scena e chi sta guardando. Il pubblico deve sentirsi solo, esattamente come gli attori. La frammentazione del lavoro costringe lo spettatore a fare un proprio montaggio. Diventa regista di quello che vede. C’è un’attivazione, anche se sta seduto. È chiamato a smuovere quello stato passivo che generalmente ha. In realtà il dialogo a due per raccontare delle storie è giurassico, appartiene al teatro borghese ottocentesco. La vera natura del teatro è sempre stata “monologante”. In questo i greci insegnano, da sempre».

Che tipo di adolescenti siete stati?
F: «Facevo cose terribili, mi chiamavano Gian Burrasca. La mia famiglia abitava sul corso principale di Andria, in Puglia. Mi divertivo a fare la pipì dal balcone, sui cappelli dei passanti durante la festa del Santo Patrono. Ricordo una volta in cui ai vicini di casa si ruppe il frigo, chiesero di usare il nostro. Mi erano particolarmente antipatici e versai il detersivo nelle loro bottiglie d’acqua. Ero tremendo».
R: «Io sono cresciuto in un paesino dei castelli romani, la mia fortuna sono stati due cugini, più grandi di me di quattro anni. Con loro ho trascorso un’adolescenza fantastica, eravamo continuamente al pronto soccorso. A dieci anni per esempio mi hanno fatto guidare la macchina. Ovviamente ho preso un albero. È il passaggio il lato doloroso dell’adolescenza, quando sei costretto a crescere, a correggere una personalità esuberante perché considerata strana. Al liceo già faticavo per mantenere quel lato prezioso di me».
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Un altro aspetto del vostro lavoro è la centralità del corpo e la sessualità.
R/F: «In Macadamia Nut Brittle è più evidente perché siamo partiti dal lavoro di Dennis Cooper, che affronta un certo tipo di fascia adolescenziale: ragazzi che si vendono a Los Angeles, il mondo degli snuff movies, l’erotismo, la pornografia. Al di là di questo non c’è un’attenzione precisa. Il nostro è semplicemente un lavoro incentrato sul corpo emotivo. Raccontare la difficoltà dei rapporti interpersonali vuol dire raccontarli sotto ogni profilo. Può accadere che ci siano uomini che amano uomini o donne che amano donne ma è incidentale nella misura in cui devi raccontare altro. È soltanto il mezzo per raccontare un disagio, una difficoltà che appartiene a te, a me, a chiunque si rapporti con l’altro, indipendentemente dal sesso che rappresenta. Lo stesso vale per l’utilizzo di un immaginario pop. Noi facciamo un lavoro che si avvicina all’arte contemporanea. Se ti dico che un bicchiere è un cactus, il percorso che facciamo fa perdere al bicchiere il suo significato originario per assumerne un altro. Per esempio usiamo in scena i tacchi alti per rappresentare un’elevazione, la difficoltà dello stare in piedi. Indossato da uomini o donne è indifferente. Se la gente continua a vedere un tacco, un uomo con i tacchi e quindi un travestito, il problema non è nostro, è il loro».
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A teatro siete spesso vietati ai minori di diciotto. Con cosa giustificano il bollino rosso?
R/F: «Sì, è successo tante volte. A Cagliari hanno addirittura messo le stelline sulle locandine, come nei cinema porno degli anni settanta. Il motivo è sempre lo stesso: il corpo nudo. In Puglia abbiamo avuto anche una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, per la scena di un bacio tra due ragazzi. Il bacio era vero, quindi da ritenere osceno. L’Italia resta un paese cattolico in cui il corpo deve essere solo il portatore di una testa. Restituire un’emotività al corpo, un’intelligenza è un lavoro che viene troppo spesso frainteso».

Il teatro è un fatto politico? Se sì, in che termini?
R/F: «Il teatro è un fatto decisamente politico, non è possibile pensarlo altrimenti. Abbiamo una forte connotazione estetica, questo non significa che non vogliamo scardinare certi sistemi. La finzione è qualcosa di terribilmente stucchevole e inappropriata per fare teatro, e gli attori sono spesso la cartina di tornasole di un paese allo sfascio. Molti scelgono di fare questo lavoro per poter essere chiunque altro da sé. Il nostro lavoro è svelarli anche a loro stessi. È la capacità di usare questa verità e questo bagaglio, questa Atlantide che ognuno si porta dentro a dare peso a quello che si vuole raccontare. Quello che chiediamo ai nostri ragazzi è enorme: fare i conti con il proprio vissuto personale e portarlo in scena. Tirare fuori la loro vita e renderla senza filtri. È dura, ma alla fine del viaggio risplendono, perché scoprono il loro mantello da supereroe».
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Tra i prossimi progetti c’è anche un film. Com’è nata l’idea?
R/F: «Passare da un tipo di media all’altro, raccontare in modi differenti è un percorso che ci ha sempre attratto. Abbiamo un’idea da un po’ di tempo, buona per un debutto nel cinema. Viste le piacevoli insistenze, abbiamo deciso di tentare. Dico piacevoli perché sentirsi corteggiati da un produttore cinematografico non è da tutti i giorni. Le basi ora ci sono. Soprattutto c’è la prospettiva di una libertà assoluta dal punto di vista intellettuale. Dobbiamo finire di elaborare il soggetto, ancora in fase embrionale. In un paio di mesi dovremmo iniziare la sceneggiatura vera e propria».
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Il produttore per ora è top secret…Di cosa tratterà il film?
R/F: «Il tema sarà un rapporto filiale, tra madre e figlio. Si svolgerà completamente di notte. Il giorno esisterà soltanto attraverso i sogni. Si svolgerà a Milano, una città che ha le caratteristiche giuste, sia estetiche che emotive. per il viaggio che vogliamo fare. Ci trasferiamo lì a novembre per una stagione. Se la sceneggiatura piace, il produttore vorrebbe partire subito. Con i giusti tempi dovremmo girarlo intorno alla metà del 2012».

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